Genitori e Psicologia

COME LA PSICOLOGIA SI OCCUPA DELLA GENITORIALITA’?

Nonostante ancora oggi alcuni professionisti ignorino il lavoro con i genitori o assegnino ad esso una funzione secondaria, come la semplice raccolta di informazioni, già dagli anni sessanta in Psicologia cominciava a prendere forma l’idea che il trattamento clinico dei bambini necessiti non solo di una buona alleanza con i genitori, per proteggere la continuità della terapia, ma anche di una qualche forma di intervento sul mondo interno dei genitori. Sembra infatti molto opportuno, nel lavoro di consultazione, ma anche nelle psicoterapie, il trattamento congiunto da parte dello stesso clinico o servizio, del bambino o adolescente e dei suoi genitori.
 
IL RUOLO DEI GENITORI
I genitori rappresentano innanzitutto una risorsa e un aiuto per il terapeuta per giungere a comprendere meglio le problematiche del bambino e del contesto famigliare e sociale nel quale si sono sviluppate. Fondamentale è dunque il loro coinvolgimento, soprattutto a causa delle comprovate connessioni tra patologia dei figli e difficoltà dei genitori. In questo senso i genitori possono essere un’importante risorsa per il bambino e la mancanza della loro alleanza è la principale causa di fallimento e/o conclusione prematura della psicoterapia del figlio.
 
IL LAVORO CON I GENITORI
Attualmente, in psicoterapia psicoanalitica quando si parla di genitorialità si intende il lavoro con i genitori, diverso dagli incontri informativi o a tema rivolti ai genitori che hanno una caratteristica di confronto e approfondimento, ma non consentono di risolvere o trattare difficoltà, problematiche individuali, come accade invece quando si intraprende un percorso di consultazione o psicoterapia con un professionista specializzato in questo ambito.
Il lavoro terapeutico con i genitori ha come scopo sia quello di riavviare nel figlio il normale percorso evolutivo, che quello di ripristinare la relazione genitori-figlio (turbata dalla patologia), affinché essa possa costituire per entrambi una risorsa positiva per tutta la vita. Il lavoro viene svolto contemporaneamente sia con i figli che con i genitori, in sedute congiunte o differenziate, mantenendo da un lato lo “spazio privato” di ciascuno (evitando alleanza e collusioni con gli uni a scapito degli altri), dall’altro intervenendo allo scopo di favorire la trasformazione del Sé del piccolo paziente, della relazione con i genitori, l’accoglimento e l’integrazione dei cambiamenti in ognuno. I colloqui vengono fatti con entrambi allo scopo di arrivare a una maggiore comprensione del disagio e ad operare delle trasformazioni che rimettano in moto i processi evolutivi, sfruttando le risorse dell’intero nucleo familiare.
 
L’IMPORTANZA DELL’ALLEANZA
Fondamentale risulta l’alleanza terapeutica tra genitori e terapeuta mossa dal desiderio condiviso di fare ciò che è meglio per il figlio, di essere i migliori genitori possibili per quel bambino, permettendo al figlio di “stare con” un altro adulto, accettando la separazione fisica e psichica, convalidando i progressi del bambino. Lo scopo è quello di riappropriandosi del proprio ruolo genitoriale e di consolidarlo, consentendo una progressiva crescita del minore, crescendo insieme a lui.
 
CONCLUSIONI
Ad oggi appaiono sottovalutate le potenzialità del lavoro con i genitori, teso a favorirne la crescita e a incidere sulle linee evolutive potenzialmente patologiche prima che si cristallizzino in arresti di sviluppo e/o sintomatologie strutturate. Spesso, infatti, si assiste ad una stereotipata offerta di un intervento di psicoterapia diretta sul bambino, da cui i genitori rischiano di essere emarginati o di cui sono solo periodicamente “informati”.La sofferenza psichica del bambino non può essere affrontata senza tener conto del contesto in cui vive, della sua famiglia e delle relazioni con essa, in quanto la dipendenza del bambino dai suoi genitori è un dato reale, ed è tanto più intensa quanto minore è l’età del bambino (Freud A., 1979; Winnicott, 1968). Per questo una variazione nodale in questo tipo di terapia consiste nell’estendere l’attenzione oltre agli aspetti intrapsichici, anche a quelli relazionali (Freud A., 1979), coinvolgendo entrambi i genitori sia nelle fasi preliminari, di esplorazione e valutazione, che durante l’intervento successivo. Il bambino, a fronte di un’ora passata col terapeuta, passa molto più tempo con i propri genitori e se non si agisce anche su eventuali interazioni patogenetiche, non è realistico aspettarsi risultati soddisfacenti dalla psicoterapia. Questo implica un’attenzione particolare ai genitori, al loro punto di vista e alla loro sofferenza, così come anche alle comprensibili difficoltà nell’accettare l’intervento di un soggetto esterno nelle problematiche del figlio che non possono non avere ripercussioni su di loro.
Un bambino non arriva mai da solo in consultazione, ma vi viene portato dai propri genitori, interpreti di un malessere che il bambino da solo non potrebbe esprimere (Mastella, Ruggiero, 1992).

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