Bambini prematuri - La nascita della mente

L’importanza della funzione materna nella nascita della mente

Sicuramente una nascita prematura comporta una forte esperienza di dolore sia fisico che psicologico per entrambi, madre e neonato.

 

L’importanza di un’esperienza come può essere considerata una nascita gravemente pretermine, deriva soprattutto dal presupposto dell’esistenza di una mente fin dagli inizi della vita neonatale, mente intesa come “capacità esclusivamente umana di attribuire significato personale e unico alla propria esperienza del mondo” (Caccia, 2007) e quindi legata al sorgere delle prime fantasie inconsce.

La mente del bambino non può nascere senza una madre, senza cioè quella funzione di contenimento e d’interpretazione dell’esperienza che solo lei può offrire.

Bion (1962) pone, infatti, spesso l’accento sul ruolo fondamentale svolto dalla madre la cui mente ha l’importante compito di capire e condividere significati con il proprio bambino, di attribuire senso agli eventi fisici ed emotivi che lo coinvolgono. A questo proposito parla di Rêverie materna indicando con questo termine la capacità della madre di ricevere le impressioni emotive e sensoriali del neonato e di elaborarle in una forma che la psiche del neonato possa quindi reintroiettare e assimilare; un processo attraverso cui nella mente della madre viene dato un significato all’esperienza del bambino.

In questo senso, quando avviene una nascita prematura è come se il bambino non avesse il tempo sufficiente per sviluppare un’organizzazione mentale di base necessaria per affrontare le esperienze sensoriali e le relazioni caratteristiche della nascita e del postparto.

 

Soprattutto i bambini nati con un grave pretermine avranno quindi bisogno di più tempo per raggiungere il livello di maturazione necessaria a consentirgli di affrontare le prime relazioni con l’ambiente, soprattutto considerata anche l’assenza e/o l’alterazione, in questi casi, di una Rêverie materna, cioè di un contenitore che dia ordine al caos emotivo, da subito disponibile e di stimolazioni sensoriali e istintuali (Latmiral e Lombardo, ibid.).

In questi casi si può assistere all’assenza della mamma accanto al neonato, sia dal punto di vista concreto che in senso psichico. Questo costituirebbe un altro elemento di differenza rispetto alla condizione dei bambini nati a termine e rappresenterebbe un’altra area importante coinvolta nel favorire lo sviluppo della primitiva attività mentale nel neonato. 

In caso di nascita prematura spesso la funzione di Rêverie materna risulta bloccata, la madre sente di non poter sognare o pensare al suo bambino a causa della situazione precaria in cui si trova. Immaturità fisiologica, percezioni dolorose e assenza dell’oggetto materno, andrebbero dunque ad ostacolare la formazione delle prime organizzazioni mentali con il compito di registrare, elaborare e contenere le percezioni sensoriali.

La presenza della madre e la Rêverie materna risultano quindi di fondamentale importanza poiché permettono la realizzazione di un buon equilibrio tra ciò che è fisico e ciò che è psichico. 

Il rischio, quando avviene una nascita pretermine, è che la situazione sia così carica di fisicità che l’equilibrio tra mente e corpo risulti compromesso, così come l’attività mentale di elaborazione di sensazioni, emozioni e stimoli violenti che il bambino non è in grado di fronteggiare a causa di un mancato contenimento fisico e mentale, oltre che per l’immaturità dei suoi apparati.

Per capire quanto sia importante la presenza della madre accanto al neonato, Corominas (1993) sottolinea come “il passaggio dalla sensazione al riconoscimento della sensazione stessa, e quindi all’attribuzione di significati e allo sperimentare una situazione con emozione, sia mediato principalmente dalla funzione di rêverie della mente materna, che per prima dà significato alle esperienze vissute dal bambino”. La mancanza di questo contenimento, sia fisico che mentale, di reciprocità e continuità dell’esperienza, interferisce sul processo di formazione del Sé nel bambino e su quello di riconoscimento e organizzazione delle percezioni che è alla base della vita emotiva e relazionale (Latmiral e Lombardo, ibid.).

In una nascita gravemente pretermine il bambino è ancora un feto che ha subito un trauma ed ha bisogno di un ambiente simile a quello del grembo materno che gli permetta di proseguire nel suo sviluppo. Ha bisogno inoltre di un contatto con una funzione materna che permetta il normale strutturarsi della mente e di un contenimento ambientale. Risulta molto importante quindi che accanto all’incubatrice sia presente un genitore che pensi al bambino e che ne interpreti il comportamento e i suoi messaggi dandogli significato.

La figura dello Psicologo nel lavoro con i Genitori

PSICOLOGO E PREGIUDIZI
Il pensiero di “andare dalla psicologo” può spaventare molto i genitori e la famiglia in generale. L’idea di dover consultare uno psicologo può intimorire i genitori rispetto ad una diagnosi o una problematica che può riguardare il proprio figlio. Molti sono i pregiudizi nei confronti di questa figura per cui spesso si associa erroneamente la figura dello psicologo a quella di “malattia mentale” o ad un senso di fallimento (“se porto mio figlio dallo psicologo allora non è normale, ha qualcosa che non va…” “se porto mio figlio dallo psicologo allora significa che non sono un buon genitore, che ho fallito come genitore”). In realtà non c’è niente di male a chiedere aiuto o semplicemente un confronto con un professionista perché lo psicologo non ha lo scopo di sostituirsi al genitore bensì di aiutarlo a ritrovare la propria funzione genitoriale. Questo può essere importante per chiarire e comprendere più nello specifico cosa sta vivendo il proprio figlio in quel momento specifico della sua vita, una situazione che magari mette in difficoltà i genitori ed evidenzia un disagio, spesso momentaneo, nel bambino.


PERCHE’ ANDARE DALLO PSICOLOGO?
Fondamentale è considerare in primis il benessere del bambino, anziché le proprie paure o i pregiudizi. Le situazioni per le quali potrebbe rendere necessario un confronto con uno psicologo vanno da un semplice disagio che il bambino può avvertire e che i genitori non riescono a gestire, a difficoltà comportamentali, problemi relazionali o legati all’autostima, disagi emotivi (ansia, fobie, iperattività, introversione o umore depresso, difficoltà nella gestione della rabbia e dell’aggressività), disturbi del sonno o del comportamento alimentare, difficoltà negli apprendimenti, grandi cambiamenti vissuti in famiglia (come la nascita di un fratellino, un trasloco, la separazione dei genitori, un lutto o una malattia in famiglia). Ovviamente ci sono molte altre circostanze in cui si può sentire l’esigenza di rivolgersi ad uno psicologo. Possono essere situazioni per cui comunque parlare con un professionista può fornire semplici chiarimenti rispetto al ruolo educativo del genitore e delle maestre o insegnanti.


Risulta molto importante a livello culturale normalizzare la figura dello psicologo. Andare dallo psicologo ha una funzione di prevenzione e di cura, senza allarmismi. Ci si può rivolgere a uno specialista anche in casi non gravi. E’ importante quindi vedere lo psicologo come una figura di riferimento per i genitori e per la scuola al pari del pediatra.


IL RUOLO DELLO PSICOLOGO
Lo psicologo nel suo lavoro con i genitori rappresenta innanzitutto una risorsa e una guida per loro. Il suo compito è quello di accogliere i genitori e contenere le loro emozioni, quelle positive ma anche e soprattutto quelle negative, come angoscia, dolore, senso di colpa, rabbia, fatica aiutandoli a dare un senso a queste emozioni. In un clima accogliente e non giudicante inizialmente egli si muove tra la necessità di raccogliere informazioni e il rispetto delle esigenze genitoriali e del bambino, evitando loro uno stress eccessivo. 


Una funzione importante assunta dal terapeuta è quella di “terzo occhio”, rispetto alla coppia formata da figlio e genitori, che fornisce un punto di vista “altro” da cui guardare le cose e permette una differenziazione, un’amplificazione, della visione delle cose di ciascuno, evitando che prevalga il modo di sentire o pensare di un solo componente. Il compito del terapeuta è quello di favorire il più possibile la trasformazione della situazione attuale per permettere la ripresa del normale percorso di sviluppo nel bambino, attraverso l’elaborazione delle emozioni provate dai genitori e l’attivazione e la riequilibrazione delle funzioni genitoriali.


Lo psicologo con il suo sostegno promuove le risorse personali e le capacità dei genitori, facendo emergere i punti di forza e le risorse del sistema famigliare, le qualità e le potenzialità del loro bambino. Fondamentale è la costruzione con i genitori di una buona alleanza terapeutica e la condivisione delle finalità del lavoro che si sta svolgendo. Durante gli incontri è importante anche l’osservazione e la riflessione condivisa sul comportamento del bambino e sul suo mondo emotivo interno, allo scopo di aiutarli a comprendere meglio la situazione. In questo processo è rilevante anche la fiducia che il terapeuta dà ai genitori stessi, e l’incoraggiamento di sentimenti positivi quali la speranza e l’amore genitoriale, per permettere loro di poter accedere alle parti migliori di se e modificare la situazione operando delle trasformazioni che rimettano in moto i processi evolutivi, sfruttando le risorse dell’intero nucleo familiare.


Il lavoro del terapeuta si svolge sempre CON i genitori, e mai SU di loro, in una costante attività di collaborazione e scambio, poiché chi meglio dei genitori conosce il proprio bambino?

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Il Sostegno alla Genitorialità

Il sostegno alla genitorialità consiste in uno spazio, distinto da quello riservato al bambino, in cui i genitori possono essere accolti senza essere giudicati, possono esprimersi e conoscersi meglio nella relazione con il loro figlio. Questo permette anche al figlio di avere uno spazio di crescita più protetto. 

  
IL COMPITO DEL TERAPEUTA  
Durante il lavoro di consultazione la richiesta di aiuto dei genitori spesso resta circoscritta al problema evidenziato, ma compito del terapeuta è quello di esplorare la funzione del sintomo presentato dal bambino e il suo significato, in quanto espressione di un disagio diffuso. Importante è mettere a disposizione dei genitori uno spazio all’interno del quale ripercorrere insieme gli eventi, le emozioni, le difficoltà attraversate perché questo possa diventare un aiuto per il bambino.    
Genitori che si sentono ascoltati e compresi nelle loro difficoltà potranno migliorare le proprie capacità di ascolto e comprensione nei confronti del proprio figlio, attraverso l’identificazione con un ascoltatore (il terapeuta) tollerante, non giudicante né colpevolizzante.     
Questo tipo di sostegno favorisce una maggiore differenziazione tra genitori e figli; tende a promuovere le risorse personali e le capacità dei genitori, aiutandoli a distinguere il figlio reale da quello “ideale” e stereotipato, fondando le aspettative genitoriali su una conoscenza più realistica delle possibilità del bambino.
Il lavoro del terapeuta è anche quello di accompagnare i genitori nel riconoscimento, a volte doloroso, delle difficoltà reali del figlio e sostenerli nell’elaborazione del lutto.


COSA COMPORTA IL LAVORO CON I GENITORI

E’ possibile affrontare i problemi del minore attraverso colloqui con i suoi genitori, volti a comprendere la natura e le ragioni delle loro preoccupazioni. Si tratta di interventi tesi a riequilibrare le funzioni genitoriali e a ricostruire così un ambiente più idoneo allo sviluppo del bambino/adolescente nella sua famiglia.
Il lavoro comporta:
-    La raccolta di informazioni sulla natura dei problemi e delle difficoltà del figlio;
-    La comunicazione delle modalità e finalità dell’intervento proposto e sui suoi possibili esiti;
-    Il contenimento di ansie e sensi di colpa, tensioni o conflitti nella coppia genitoriale;
-    Il sostegno nell’elaborazione della ferita narcisistica dei genitori e del dolore/dispiacere provati;
-    L’osservazione e riflessione insieme a loro sul loro comportamento con il figlio per accrescere la consapevolezza dei meccanismi relazionali;
-    La comprensione del comportamento del figlio, attraverso la rivisitazione empatica della propria storia di figli.
Tutto ciò permette di apportare dei cambiamenti nelle relazioni della coppia genitoriale oltre che in quelle tra genitori e figli, attraverso la riduzione delle proiezioni distorcenti l’immagine reale dell’altro (che interferiscono con la comprensione del bambino reale) e l’accrescimento delle capacità reciproche di “vedersi” e ascoltarsi (Trombini, 1999).
L’aspetto centrale del sostegno alla genitorialità è l’accoglienza del vissuto di madri e padri, accoglienza che porta ad attivare nuove possibilità di pensiero e di rappresentazione nei genitori. Il sostegno alla genitorialità prevede anche una rielaborazione dei conflitti interni dei genitori, in quanto ciò produce un miglioramento ed un maggior sviluppo delle loro capacità di prendersi cura del proprio figlio.

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Genitori e Psicologia

COME LA PSICOLOGIA SI OCCUPA DELLA GENITORIALITA’?

Nonostante ancora oggi alcuni professionisti ignorino il lavoro con i genitori o assegnino ad esso una funzione secondaria, come la semplice raccolta di informazioni, già dagli anni sessanta in Psicologia cominciava a prendere forma l’idea che il trattamento clinico dei bambini necessiti non solo di una buona alleanza con i genitori, per proteggere la continuità della terapia, ma anche di una qualche forma di intervento sul mondo interno dei genitori. Sembra infatti molto opportuno, nel lavoro di consultazione, ma anche nelle psicoterapie, il trattamento congiunto da parte dello stesso clinico o servizio, del bambino o adolescente e dei suoi genitori.
 
IL RUOLO DEI GENITORI
I genitori rappresentano innanzitutto una risorsa e un aiuto per il terapeuta per giungere a comprendere meglio le problematiche del bambino e del contesto famigliare e sociale nel quale si sono sviluppate. Fondamentale è dunque il loro coinvolgimento, soprattutto a causa delle comprovate connessioni tra patologia dei figli e difficoltà dei genitori. In questo senso i genitori possono essere un’importante risorsa per il bambino e la mancanza della loro alleanza è la principale causa di fallimento e/o conclusione prematura della psicoterapia del figlio.
 
IL LAVORO CON I GENITORI
Attualmente, in psicoterapia psicoanalitica quando si parla di genitorialità si intende il lavoro con i genitori, diverso dagli incontri informativi o a tema rivolti ai genitori che hanno una caratteristica di confronto e approfondimento, ma non consentono di risolvere o trattare difficoltà, problematiche individuali, come accade invece quando si intraprende un percorso di consultazione o psicoterapia con un professionista specializzato in questo ambito.
Il lavoro terapeutico con i genitori ha come scopo sia quello di riavviare nel figlio il normale percorso evolutivo, che quello di ripristinare la relazione genitori-figlio (turbata dalla patologia), affinché essa possa costituire per entrambi una risorsa positiva per tutta la vita. Il lavoro viene svolto contemporaneamente sia con i figli che con i genitori, in sedute congiunte o differenziate, mantenendo da un lato lo “spazio privato” di ciascuno (evitando alleanza e collusioni con gli uni a scapito degli altri), dall’altro intervenendo allo scopo di favorire la trasformazione del Sé del piccolo paziente, della relazione con i genitori, l’accoglimento e l’integrazione dei cambiamenti in ognuno. I colloqui vengono fatti con entrambi allo scopo di arrivare a una maggiore comprensione del disagio e ad operare delle trasformazioni che rimettano in moto i processi evolutivi, sfruttando le risorse dell’intero nucleo familiare.
 
L’IMPORTANZA DELL’ALLEANZA
Fondamentale risulta l’alleanza terapeutica tra genitori e terapeuta mossa dal desiderio condiviso di fare ciò che è meglio per il figlio, di essere i migliori genitori possibili per quel bambino, permettendo al figlio di “stare con” un altro adulto, accettando la separazione fisica e psichica, convalidando i progressi del bambino. Lo scopo è quello di riappropriandosi del proprio ruolo genitoriale e di consolidarlo, consentendo una progressiva crescita del minore, crescendo insieme a lui.
 
CONCLUSIONI
Ad oggi appaiono sottovalutate le potenzialità del lavoro con i genitori, teso a favorirne la crescita e a incidere sulle linee evolutive potenzialmente patologiche prima che si cristallizzino in arresti di sviluppo e/o sintomatologie strutturate. Spesso, infatti, si assiste ad una stereotipata offerta di un intervento di psicoterapia diretta sul bambino, da cui i genitori rischiano di essere emarginati o di cui sono solo periodicamente “informati”.La sofferenza psichica del bambino non può essere affrontata senza tener conto del contesto in cui vive, della sua famiglia e delle relazioni con essa, in quanto la dipendenza del bambino dai suoi genitori è un dato reale, ed è tanto più intensa quanto minore è l’età del bambino (Freud A., 1979; Winnicott, 1968). Per questo una variazione nodale in questo tipo di terapia consiste nell’estendere l’attenzione oltre agli aspetti intrapsichici, anche a quelli relazionali (Freud A., 1979), coinvolgendo entrambi i genitori sia nelle fasi preliminari, di esplorazione e valutazione, che durante l’intervento successivo. Il bambino, a fronte di un’ora passata col terapeuta, passa molto più tempo con i propri genitori e se non si agisce anche su eventuali interazioni patogenetiche, non è realistico aspettarsi risultati soddisfacenti dalla psicoterapia. Questo implica un’attenzione particolare ai genitori, al loro punto di vista e alla loro sofferenza, così come anche alle comprensibili difficoltà nell’accettare l’intervento di un soggetto esterno nelle problematiche del figlio che non possono non avere ripercussioni su di loro.
Un bambino non arriva mai da solo in consultazione, ma vi viene portato dai propri genitori, interpreti di un malessere che il bambino da solo non potrebbe esprimere (Mastella, Ruggiero, 1992).

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Che cos'è la genitorialità?

Il termine genitorialità è entrato nell'uso del linguaggio psicologico per indicare le interiorizzazioni che accompagnano la funzione biologica dell'essere genitori. Essa non rappresenta un semplice ruolo, bensì una 'funzione', che non coincide necessariamente con la maternità e la paternità biologiche, ma si riferisce alla capacità del ‘prendersi cura'. La genitorialità è una fase dello sviluppo adulto ed indica la capacità di creare, proteggere, nutrire, amare, rispettare e provare piacere per qualcosa o qualcuno oltre se stessi e non comporta necessariamente generare o allevare bambini.

Fava Vizziello (2003) definisce la genitorialità come “una funzione processuale autonoma, risultato dell’interazione fantasmatica e reale tra quel figlio e quel genitore (Stern, 1993), diversa in ogni momento della vita, seppur con una sua stabilità di fondo. Essa svolge una funzione relazionale, contestuale e storica, e preesistente alla nascita di un figlio. Infatti la genitorialità ha a che fare non solo con l’osservazione della relazione che il genitore ha costruito con il figlio, ma anche con l’infanzia del genitore stesso e con le influenze tra le generazioni (Tafà, Malagoli Togliatti, 1998). Il termine genitorialità infatti, rimanda da una parte all'immagine interna che ciascuno ha dei propri genitori, dall'altra alla rappresentazione che ciascuno si costruisce del proprio figlio e di sé stesso nel ruolo genitoriale.

 

FATTORI CHE INFLUENZANO E DETERMINANO LA GENITORIALITÁ
La genitorialità è anche il risultato di una relazione triadica (madre-padre- bambino) ed è condizionata dai modelli culturali, dalla personalità del genitore, dalle relazioni che questo ha avuto come figlio con i propri genitori, dalla coniugalità e cogenitorialità della specifica coppia, ma anche dal temperamento del figlio, dai suoi bisogni specifici legati all’età e da eventuali specifiche problematiche riguardanti il bambino e relative alle diverse fasi evolutive.

Prima ancora che reale la genitorialità, è pensata, fantasmata, elaborata fin dai primi anni di vita come componente fondamentale della persona. Essa inizia a formarsi nell’infanzia quando a poco a poco il bambino interiorizza i comportamenti, i messaggi verbali e non-verbali, le aspettative, i desideri, le fantasie dei propri genitori. Si struttura così nel bambino la rappresentazione di un “genitore interno” frutto delle esperienze reali e fantasmatiche con le figure di attaccamento, che vengono interiorizzate in “modelli mentali interni”.

Essa rappresenta il momento evolutivo più maturo della dinamica affettiva umana in cui convergono tutte le esperienze, le rappresentazioni, i ricordi, le convinzioni, i modelli comportamentali e relazionali, le fantasie, le angosce, i desideri della propria storia affettiva.

 

LA GENITORIALITÁ COME "CRISI EVOLUTIVA"

Questa è una fase della propria crescita psicologica e relazionale che può essere contrassegnata da ambivalenze e difficoltà. Da adulti infatti, l’assunzione della funzione genitoriale comporta spesso un periodo di crisi nell’equilibrio della relazione tra i coniugi, una “crisi evolutiva”, che impone un riassetto dell’organizzazione di personalità di ciascuno (Erikson, 1963; Cramer, Palacio Espasa, 1993). Il modo in cui la coppia si riorganizza affettivamente in relazione alla nascita di un figlio influisce sia sulle modalità con cui ciascun coniuge si assesta nel proprio ruolo di madre e padre, sia sull’interazione fra la mamma e il neonato. Tutto ciò ha un impatto considerevole nella strutturazione della mente del neonato (Norsa, Zavattini, 1997).

Secondo il modello psicoanalitico, che è quello che verrà analizzato in modo specifico in questo articolo, diventare genitore spinge la persona a ricercare la propria storia famigliare passata come in un “viaggio psichico” (Darchis, 2000), intrapreso spesso ancor prima della nascita del bambino, in cui il genitore riprende in mano la propria storia famigliare per poter costruire una nuova famiglia, differenziata dalla propria famiglia d’origine.

 

L'IMPORTANZA DEL PASSATO E DEL FUTURO
Il processo d’instaurazione della genitorialità genera nell’individuo una “crisi strutturante e maturativa” (Recamier, 1961). Durante la gestazione il futuro genitore rievoca l’esperienza famigliare passata e il contenimento ricevuto da piccolo per riorganizzare la propria identità e il proprio posto, sia a livello coniugale, sia a livello famigliare che transgenerazionale. Durante la gravidanza la mente del futuro genitore subisce una ristrutturazione recuperando le proprie radici per legarsi ad esse al fine di separarsene meglio. Vengono riattivati schemi relazionali della propria infanzia, per cui ciascuno al contempo si identifica con i propri genitori e tende ad identificare il proprio figlio con il se stesso bambino. Il futuro genitore va alla ricerca del bambino che è stato e che avrebbe voluto essere, rievocando anche le sensazioni legate al soddisfacimento dei propri bisogni infantili, al fine di creare uno spazio per il bambino che verrà e per i suoi bisogni. La riproposizione del passato non è però sempre positiva: si può assistere infatti, ad una ripetizione delle costanti relazionali negative, quando sono presenti elementi di sofferenza non elaborati nell’infanzia dei due genitori.

Allo stesso tempo la persona va alla ricerca di ciò che per lui significa essere genitore in base ai genitori che ha avuto e a quelli che avrebbe voluto avere, per costruire, in un processo di differenziazione rispetto ad essi, la propria identità di neogenitore. L’arrivo di un figlio significa anche proiettarsi nel futuro, sfruttando l’opportunità offerta dal nuovo legame col bambino per riprogettare la rete d’investimenti e significati affettivi dando loro un risvolto nuovo e positivo. Questo periodo offre spesso l’opportunità di ridefinire i legami con i propri genitori, in un processo di riavvicinamento o di messa a distanza.

Se le relazioni infantili e la “base d’appoggio famigliare” del genitore sono state sufficientemente buone, la sicurezza interiore che ne deriva permette in lui la creazione di uno spazio per il bambino e l’assunzione del ruolo genitoriale, e al contempo l’elaborazione del lutto della propria posizione di figlio per assumere quella di genitore (Darchis, 2000).

 

IL LEGAME CON IL BAMBINO
Ovviamente anche il neonato con le sue caratteristiche di temperamento (più o meno vitale, tranquillo, facilmente consolabile, più o meno attivo e responsivo) è parte integrante della “nuova formazione psichica” che caratterizza il passaggio dalla coppia coniugale alla coppia genitoriale (Norsa, Zavattini, 1997).

La costruzione del legame con il bambino, in particolare, avviene in tre diversi stadi (Darchis, 2000):

   1. Innanzitutto il legame genitore-figlio avviene nella realtà, quando il neogenitore realizza che “questo bambino” neonato è “mio figlio”. Il genitore integra la propria identità di padre o madre in corrispondenza dell’attribuzione di identità al neonato della realtà, che da estraneo e sconosciuto diventa famigliare. In questa fase si assiste spesso all’attribuzione di somiglianze fisiche (e poi anche temperamentali) al bambino con sé stessi o con membri della propria famiglia o con quella del coniuge (è tutto suo padre, assomiglia al nonno, ecc).
   2. Quando il legame di filiazione si è creato, il genitore cerca di “funzionare” nel suo nuovo ruolo. Si tratta quindi di acquisire, procedendo a tentoni, l’esperienza e la competenza di madre e padre, per adattarsi al nuovo arrivato e ai suoi bisogni. A volte la mamma prendendo coscienza delle proprie responsabilità può non sentirsi all’altezza del nuovo compito. Attraversa così il “baby blues”, uno stato depressivo passeggero, che può comparire tra il secondo e il quarto giorno dopo il parto, in cui occorre elaborare il lutto della madre perfetta e della relazione fusionale ideale della pancia, per diventare una madre “sufficientemente buona” (Winnicott) e relativamente adeguata. In questa fase il ruolo del padre è molto importante, come figura di sostegno e di conforto sul livello sufficientemente buono delle cure dispensate al bambino e per non far sentire sola la madre nello svolgimento di questo nuovo compito.
    3. Infine, genitori e bambino trovano un adattamento sufficientemente adeguato. La madre, in condizioni favorevoli si libera del senso di incompetenza, adattandosi al bambino, grazie al processo di conoscenza reciproca in corso, alle scoperte fatte e alla rinuncia dell’idea di “madre perfetta”. Si instaura così una sintonia tra i ritmi del bambino e quelli della mamma che rinforza l’attaccamento positivo e permette l’investimento emotivo reciproco. Attraverso queste tre tappe si instaura un vero legame di attaccamento.

I COMPITI DEI GENITORI
Tra i compiti che attendono i neogenitori troviamo:

  •  La creazione di uno spazio sia fisico che “psichico” per il bambino. Ciò comporterà la modificazione del sistema familiare la necessità di raggiungere un nuovo equilibrio.
  •   Il prendersi cura del bambino, sia nel senso dei bisogni primari, che in senso affettivo e normativo.
  •   Lo stabilire solidi ma permeabili confini dentro e fuori la coppia, di modo che la relazione adulto/bambino oppure l’invasione della famiglia allargata, non vada ad inficiare la relazione madre /padre, mettendo a rischio l’unione coniugale.
  •   La capacità di modulare nella crescita del figlio concessioni ed regole educative sulla base delle sue necessità di separazione/individuazione.


La genitorialità presuppone un insieme di funzioni dinamiche e relazionali che rappresentano gli aspetti evolutivi del percorso maturativo della persona. “Prendersi cura di”, e quindi maturare il desiderio generativo, è uno degli stadi della crescita umana. Esso non presuppone necessariamente la nascita di un figlio reale, ma rappresenta uno spazio mentale e soprattutto relazionale, dentro il quale convergono diversi fattori propri della persona (storia affettiva, mondo degli affetti, legami di attaccamento, mondo fantasmatico, capacità relazionale, aspetti narcisistici, sessualità, capacità di contenimento e regolazione emotiva, capacità di cambiamento, di autonomia e di dipendenza “positiva”, di differenziazione e individuazione personale, rapporto con le regole e con il sociale).

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La famiglia normativa e la famiglia affettiva

Qual'è l'immagine di famiglia che ci portiamo dentro? Quali sono le nuove regole che vincolano i rapporti tra le persone?

 

Per parlare di famiglia dal punto di vista del lavoro del terapeuta  occorre innanzitutto tenere presente il panorama sociale attuale che ha visto negli ultimi decenni il passaggio dalla così detta famiglia etica alla famiglia affettiva.

La famiglia etica aveva come mandato la trasmissione di valori e di un sistema di regole condivise; era caratterizzata da un "mettere dentro" e da una certa quota di "dolore mentale" derivante dalle regole, dai divieti e dai limiti stabiliti dai genitori, spesso causa di frustrazioni, rinunce, e anche di conflitti con i figli.

La famiglia affettiva svolge, invece, la funzione di trasmettere affetto più che regole o valori/principi condivisi. Questo nuovo modello di famiglia è caratterizzato dal "tirare fuori", ha lo scopo di far crescere i figli felici a tutti i costi abbassando la quota di "dolore mentale" e frustrazione che la coppia genitoriale pensa si possa somministrare ai figli a scopo educativo. All'interno di questo nuovo panorama sociale si può assistere quindi ad una difficoltà da parte dei genitori nel dare limiti e frustrazioni ai figli, allo scopo di evitare il conflitto. La causa di questo atteggiamento diffuso, oltre che essere ricercata in motivazioni individuali e situazioni-specifiche, può essere ricondotta anche alla difficoltà che spesso i genitori si trovano ad affrontare dovendo gestire da soli e al contempo casa, figli e lavoro, mancando spesso il sostegno della famiglia allargata di un tempo, di una rete intorno alla famiglia. Questo può portare i genitori a dedicare ai figli meno tempo di quello che desidererebbero e, a sua volta, ciò può determinare l'insorgere di sensi di colpa e la ricerca di scorciatoie educative che sopperiscano alla mancanza di tempo da passare insieme ai figli.

Sappiamo però che una scarsa esperienza di dolore e di frustrazione alle spalle, a lungo termine non paga. In particolare, in adolescenza può tradursi in una difficoltà nei ragazzi a gestire in modo costruttivo i conflitti tipici di questa età, in quanto la soluzione del conflitto dipende molto dallo stile di vita famigliare e dal tipo di comunicazione presente nella famiglia stessa. Il conflitto "fisiologico" per i ragazzi, infatti, è molto importante poiché contribuisce allo strutturarsi dell'identità e all'autodeterminazione del soggetto.

 

Si sa che il mestiere del genitore è il più difficile di tutti e che diventare genitori è un evento unico e molto importante che ha un forte impatto nella vita di una persona. Un'esperienza così meravigliosa può però essere anche accompagnata da tutta una serie di emozioni contrastanti, dubbi, perplessità, paure, insicurezze non sempre facilmente esternalizzabili o condivisibili con l'altro. I genitori possono essere disorientati di fronte ai cambiamenti che riguardano la relazione di coppia, il nuovo assetto famigliare, le nuove esigenze e bisogni di ciascuno, la relazione d'attaccamento con il bambino e il suo accudimento.

Allo stesso modo anche la crescita del proprio figlio può attivare nei genitori dubbi, difficoltà ed emozioni non sempre facili da comprendere e da condividere. Ci possono essere difficoltà legate ai cambiamenti importanti che il bambino o il ragazzo crescendo si trova ad affrontare e, di conseguenza, anche la famiglia (come i passaggi da una fase evolutiva all'altra: infanzia, preadolescenza, adolescenza...). Possono presentarsi eventi importanti come separazioni, perdite, lutti o problematiche connesse alla gestione del bambino piccolo, o ancora disturbi legati all'apprendimento scolastico, difficoltà alimentari o del sonno, comportamenti oppositivi, gestione di emozioni quali l'aggressività, la rabbia o le paure espresse dal proprio figlio. Comportamenti che possono preoccupare i genitori portandoli a chiedere l'aiuto di uno specialista, "un altro occhio" con cui osservare la situazione specifica.

In questo senso, la possibilità di poterne parlare con un esperto può essere utile per le mamme e i papà. Lo scopo degli incontri con i genitori è infatti quello di offrire loro uno spazio in cui riflettere insieme senza essere giudicati, un momento di ascolto che possa accogliere tutti i dubbi, i pensieri, le domande e le paure nel rispetto delle emozioni di ciascuno per aiutare ad esprimere e comprendere ciò che sta avvenendo. In questo modo la famiglia potrà sentirsi sostenuta e accompagnata nei momenti di difficoltà che possono essere associati ai cambiamenti all'interno del nucleo famigliare.

Si è visto infatti che quando questi sentimenti, dubbi e vissuti non trovano espressione possono verificarsi tensioni o difficoltà nelle relazioni famigliari. Questi incontri aiutano i genitori nella riscoperta e potenziamento del loro ruolo e nella ricerca delle proprie modalità per affrontare, da un punto di vista educativo ma soprattutto emotivo, le problematiche legate alla crescita del loro bambino e/o alla relazione con lui, trovando la risposta più adeguata alle diverse situazioni, sempre nel massimo rispetto dei vissuti di ciascuno.

Il lavoro con la famiglia si concentra sia sul bambino, in quanto spesso portatore di un sintomo di disagio, ma anche e soprattutto sul sostegno specifico alla genitorialità.

L'intervento del terapeuta prevede quindi colloqui con il minore ma anche con i suoi genitori, per arrivare ad una maggiore comprensione del disagio che ha portato quella famiglia a chiedere aiuto, e allo scopo di operare delle "trasformazioni" che possano rimettere in moto i processi evolutivi, sfruttando le risorse del nucleo famigliare. In alcuni casi addirittura il lavoro può essere svolto anche solo con i genitori aiutando il bambino o il ragazzo attraverso di loro.

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